Empatia: sintonia emotiva e comunicazione

” Attraverso l’empatia l’occasione di sintonizzarsi  in maniera armonica e profonda con un altro essere umano* “

L’empatia  è quel fenomeno che riguarda la sfera emozionale di noi umani, che scatta in maniera involontaria tra persone e che non è, necessariamente*,  mediata dal concorso verbale.

Gli incontri e le frequentazioni  virtuali su social o altro strumento come la parola scritta in parte,  sono talvolta incontri e frequentazioni  che si discostano molto da quelle che noi umani avremmo bisogno di instaurare, cioè relazioni interpersonali “reali” essendo noi dotati di una “natura”sociale.

Non a caso l’uomo ha sempre scelto, durante l’iter evolutivo, di non vivere da solo potendo, ma addirittura ha costruito da suoni vocalici,  un modo per poter, oltre che “fare e stare insieme”, comunicare; una modalità per articolarli e dargli un senso e poi un significato (simbolico).

Spessissimo, e questo è sotto i nostri occhi,  che un conto sono i contatti tramite i social, un altro è incontrarsi nella realtà le reazioni riscontrate, in genere, sono quanto meno impacciate  o camuffate da disinvoltura artefatta. Difficilmente si hanno reazioni spontanee nel conoscersi e frequentarsi di persona.

Manca in questi incontri un elemento relazionale, di cui tanto si parla ma con cui abbiamo una scarsa familiarità. Che non si conosce e  si pratica poco,  ma  estremamente importante e determinante per l’autenticità della relazione: L’empatia.

Cos’è l’empatia? E’ quel fenomeno che innesca la comprensione, e la condivisione talvolta, dello stato emotivo dell’altro da noi e che prescinde dall’apprezzamento estetico come dall’impiego dello strumento verbale.

In tutto ciò la scienza ci illumina esplorando questo fenomeno, affermando  che esistono particolari neuroni, chiamati “neuroni specchio” capaci di entrare in uno stato di eccitazione (bio-fisica), inducendo in noi  uno stato emotivo di immedesimazione e compartecipazione dello stato d’animo altrui; quindi fornendo così una base biologica e scientifica al fenomeno dell’empatia.

Anche se tutto ciò viene spiegato in modo scientifico, chiaro ed inopinabile, altresì rimangono poco chiare le implicazioni sociologiche.

Qualora non potessimo più controllare l’amplificarsi di questo bisogno indispensabile di esserci, di raccontarci, di avere 10.000 o più contatti, di sapere ciò che accade infinitamente lontano da noi, quali strumenti avremmo per contrastare questa diaspora mediatica se non pensare e adoperare dei rimedi  partendo da ieri, non da oggi o da domani. Il futuro è già qui!

In medio stat virtus! (Aristotele)

  • estratto di un pensiero di Aldo Carotenuto.

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La Genitorialità: genitori non si nasce …

“Genitori non si nasce, ma si diventa …la conoscenza però ci può indicare la rotta e e le regole di navigazione.”

Parlare di un argomento su cui ci si interroga costantemente, e non sempre con una serena e lucida consapevolezza,  ci da l’opportunità di affrontare questa tematica della genitorialità con il proposito di fornire un punto di vista obiettivamente singolare e di grande utilità per la comprensione di questo fenomeno a cui afferiscono non solo aspetti sociali, ma anche quelli che riguardano la sfera affettiva e più intima delle persone, specialmente quando queste persone sono tra loro legate da vincoli di familiarità.

La genitorialità ha una sua storia, complicata e irta di insidie,  sia in senso filogenetico che ontogenetico ed in tutte e due le espressioni, l’uomo come la donna hanno dovuto affrontare dubbi, superare prove inattese, prendere atto del risultato dei loro disordinati tentativi . Tutto questo senza un corredo di esperienza o di insegnamento alle spalle talvolta utilizzando intelligenza e creatività per risolvere problemi, i più impenetrabili, presenti nel periodo pre- e adolescenziale, sempre e comunque nel dubbio di aver fatto la cosa più giusta per i figli e per la famiglia. Comunque c’è da dire che al giorno d’oggi abbiamo molte frecce al nostro arco. La conoscenza innanzitutto ci può venire in aiuto.

Per intraprendere questo cammino di conoscenza è fondamentale individuare per primi quegli aspetti e quelle modalità di analisi che poi ci consentiranno di descrivere,  interpretare e processare (metabolizzare) i termini del problema,  Questo iter ci consentirà alla fine  di formulare un programma cognitivo, magari non perfetto ma più corretto e consapevole di quando alloggiavano in noi ansia, incertezza, dubbio e confusione.

Interazione tra psicologia e diritto familiare. Non a caso abbiamo voluto integrare le odierne  conoscenze  con un apporto molto interessante, interrogandoci anche su quanto il diritto familiare soccorra l’aspetto psicologico connaturato all’esperienza di un nucleo familiare.

Triade Padre-Madre-Figli. Ci si limiterà come ovvio alle sole figure di padre – madre e figli, per attenerci ad un argomento che di per se è già molto vasto.

Strumenti insufficienti. Molte volte i genitori devono arrendersi non avendo gli strumenti idonei per adattare i loro comportamenti alle esigenze del momento e talvolta insufficienti per capire a fondo la natura dei problemi riguardanti, in questo caso, la genitorialità.

La psicologia, strumento di comprensione. Siamo ad un punto, oramai, in cui la psicologia è entrata a far parte di tante branche della conoscenza e questo perché, giustamente, essa ci consente di vedere e leggere oltre i comportamenti di ciascuno di noi, un patrimonio di natura emotiva e relazionale di cui non avevamo conoscenza. Condizione questa che poi è letteralmente cambiata agli inizi del ‘900 ad opera di Sigmund Freud ed in seguito da i suoi più illustri colleghi e ricercatori che ne hanno ereditato gli insegnamenti.

Forbice generazionale. Questo patrimonio, che possediamo, per fattori sia ereditari che culturali, è stato un terreno fertile. Su di esso si è costruito un tessuto di regole che nel tempo hanno creato, purtroppo, una involontaria forbice tra genitorialità e condizione filiale.

Regole precise. Ciò ha dato luogo alla necessità di darsi delle regole precise e adeguate che ritroviamo nel diritto familiare, oggi modificate e molto più aderenti alla società attuale.

Visione Integrata tra psicologia e indicazioni giuridiche. Ora come ora   è di fondamentale importanza coniugare le conoscenze più all’avanguardia della psicologia alle attuali norme giuridiche del vigente diritto di famiglia. Senz’altro questa visione così integrata potrà fornire utili riferimenti per regolamentare, facilitare e rendere più comprensibili i rapporti familiari.

La conoscenza è la nostra bussola!
Questo argomento non esclude nessuno nemmeno le persone che come status non posseggono un famiglia o non hanno figli,  Se consideriamo la società come una famiglia più che allargata, tutti abbiamo e avremo, sempre e comunque,  a che fare con tutti, adulti, bambini, adolescenti, giovani persone. Più andremo ad arricchire il patrimonio di conoscenze che ci appartiene,  più potremo disegnare una società che si sviluppi sana e consapevole.     (di Mariastella Previtera)

DISCLAIMER                                                                                                                               Questo blog ha uno scopo puramente didattico e divulgativo. Non avendo finalità di lucro non presenta banner pubblicitari di alcun genere.
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Violenza di genere: una lettura al passo con i tempi

” Per interpretare questo fenomeno, che sta diventando sempre più complesso e difficile da comprendere e controllare, bisogna necessariamente andare alle origini e scandagliarne tutti gli aspetti sociali, psicologici, e pragmatici. Ciò per essere in grado di gestire in modo mirato il problema ed evitare così un fai da te poco probabile sul piano della validità e magari anche nocivo talvolta”
 Intervista rilasciata da Carlo A. Paolillo*

Quali trasformazioni, negli ultimi decenni,hanno interessato il ruolo maschile e femminile nelle sfere familiare, sociale e lavorativa?

La più evidente trasformazione consiste nel percorso di avvicinamento di ruolo. Però, come accade quando si tende a modificare strutture esistenti da secoli e/o millenni, ciò tende a produrre reazioni contrarie e talvolta violente, da parte di alcuni facenti parte del genere che ha accumulato nel tempo privilegi.

Quali cause possono far risalire al femminicidio e ad altre forme di violenza di genere?

Il tentativo di affermare e confermare questi privilegi  porta ad episodi di violenza che comunemente iniziano sul piano psicologico e, talvolta,  evolvono nella violenza fisica.

Quale importanza riveste un’auspicabile ruolo paritario tra i generi in tante realtà formativa come la famiglia, scuola, comunità, lavoro?

L’eventuale parità di genere  porterebbe ad una realtà tanto diversa dalla attuale che per noi rimane ben difficile immaginarla. Basta pensare anche solo a due aspetti: la famiglia e il lavoro.

Quali possono essere le strategie e le modalità per educare, formare e dar luogo a relazioni paritarie nelle varie età dell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta?

L’unica strategia che veramente inciderebbe nella formazione di situazioni paritarie, sta nell’operare a livello della educazione del bambino. Noi sovente non ci accorgiamo neanche di quanto incidono  i modelli, che vengono prima assorbiti e poi ripetuti in età adulta, come fossero ovvi.

Quale valido supporto è auspicabile per aiutare le vittime di violenza sia psicologica che fisica?

Il miglior supporto nei confronti di chi subisce violenza (psicologica e poi a maggior  ragione se fisica) è l’uscire dall’isolamento che, ce ne accorgiamo o meno, è strutturale in una società costruita sulle monadi familiari. In ogni caso la violenza è sempre da denunciare e, mai, da nascondere dentro di noi.

E sul piano pratico, cosa si può e deve fare?

Sul piano pratico, dopo una anche valida analisi sulle cause del fenomeno, una vera spinta al cambiamento sta nel realizzare strutture di sostegno nei confronti di coloro che subiscono violenza; come d esempio centri di locazione, sostegni giuridici, psicologici, di ausilio nei confronti di eventuali figli, occasioni di lavoro, ecc.

In tutto ciò risulterebbe essenziale l’ausilio del volontariato ( vedasi part-time composto da avvocati, magistrati, medici, psicologi, tutor per la difesa personale, ecc.).

(22.03.2017) a cura di Mariastella Previtera

*prof. Carlo A. Paolillo, psicologo, consulente Dell’Accademia Europea della Voce

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LA COPPIA : una variabile dipendente

“La coppia, al pari della società, è destinata ad evolversi, nella forma e nella sostanza. l’unico punto fermo è quello che entrambe rappresentano i due modi in cui si organizzano gli uomini e le donne, da sempre, per formare un sistema “sociale” in cui la società e la coppia sono uno  l’ espressione del gruppo sociale e l’altro della cellula base di questo sistema”.    
 Intervista rilasciata da Carlo A. Paolillo*

Quando noi parliamo di due persone legate da una relazione amorosa o da vincolo coniugale ci riferiamo ad un rapporto di coppia.  Di fatto la definizione rimane la stessa nel tempo però molto è cambiato nella sostanza. Quali i cambiamenti?

Fino a pochi anni addietro le coppie si distinguevano tra “lecite” (alias morali) ed “illecite” (alias immorali). Con l’attuale evoluzione della società questa differenza si è progressivamente dissolta. Oggi la differenza è costituita dalla coppia di diritto (matrimonio) e quella di scelta. Va notato che le seconde diventano sempre più frequenti.

L’assetto familiare, nei casi in cui se ne costituisca uno, ha subito delle modifiche?

L’assetto familiare, nei due casi, si sta trasformando da una struttura verticistica (1° Padre, 2° Madre, 3° Figli) in una molto più morbida, si direbbe democratica, ove padre e madre tendono a livellarsi ed i figli crescono ed influiscono in maniera crescente nella dinamica della famiglia.

La coppia moderna rispetto la coppia “classica” ha più strumenti e quali?

Non è questione di quantità maggiore o minore di strumenti, ma è la qualità ed il modo di usarli che tende sempre più a modificarsi. Vedasi il peso dei desideri o delle necessità dei figli sulle scelte genitoriali e come questi siano oggi più condizionanti che nel passato.

La coppia moderna sa dialogare, pianificare il proprio benessere, sa costruire una propria identità?

Questo avviene certamente oggi molto più di ieri; ma la cosa non è scevra da danni o pericoli, si veda il caso della disparità marcata di opinioni o pericoli, e come ciò possa portare effetti più sensibili rispetto lo stesso fenomeno quando esso avveniva in coppie “verticistiche”.

Nel passato l’esistenza quasi totale di verticismo  nella coppia  diminuiva la complessità dei problemi, ma produceva una identità di coppia “standard”, ossia quella prevista dalla società a cui si apparteneva.

Cosa rappresenta la coppia per l’individuo e la società?

Nella filogenesi l’essere umano si è evoluto come animale “sociale”. Lungo questo percorso le varie specie si sono differenziate in forme che si possono definire “poligame” e “monogame”.

L’essere umano, in compagnia di alcuni altri primati, fa parte del gruppo di specie monogame. Sulla base di questa caratteristica filogenetica, la coppia è diventata la cellula base della società umana.

Tutti gli altri fenomeni (morali, sociali, religiosi, ecc.)  che hanno letto la cosa  attraverso visioni fideistiche, rappresentano il tentativo delle varie culture di dare una spiegazione ad uno stato di fatto  che risale a milioni e milioni di anni  prima della loro esistenza e, quindi, non più comprensibili nella loro natura. Ergo, sia per l’individuo che per la società la coppia è diventata la cellula base della loro tendenza da “animali sociali”

Siamo ad un punto fermo o la coppia moderna ha ancora strada da fare per completare il suo processo di trasformazione tale che il suo modello sia efficace e funzionale per l’individuo e per la società?

E’ evidente che oggi la coppia ha ancora tanta strada da fare per raggiungere un nuovo optimum” di efficacia e funzionalità, sia per l’individuo che per la società.

Matrimonio e convivenza, due modelli di vita di coppia. Presi uno alla volta possono essere modelli efficaci e in quali casi?

Ognuno di questi due modi di formare coppia presenta aspetti positivi e negativi.   Oggi è molto difficile ( tranne che su basi fideistiche) dichiarare esplicitamente una totale preferenza in uno   dei due.   E’ probabile che in tempi futuri possano prodursi modi  di vita oggi impensabili.

La coppia tra natura e cultura. Quali considerazioni si possono fare?

La principale considerazione è che l’essere umano oggi non può essere strutturato né da sola natura, né da sola cultura.  L’individuo umano è un coacervo delle due cose, sempre intimamente interconnesse.

Cos’è l’identità di coppia e che funzione svolge?

L’identità di coppia consiste nel sentirsi in due, facenti parte di un unico sistema. La funzione fondamentale di tale sistema è quella di corrispondere alla realtà “cellulare” della nostra società.  

L’importanza di essere coppia. Per concludere se la coppia è così longeva nel tempo da cosa dipende?

Questa è una domanda  che richiederebbe un trattato a causa della sua vastità e complessità. Posso limitarmi a sottolineare solo due brevi “sintomi” che si riscontrano sovente nelle coppie longeve: l’attrazione e la pratica sessuale, al di là dell’età, e l’intensità della compatibilità affettiva tra le parti in causa.

(16.06.2016)  a cura di Mariastella Previtera

*Prof. Carlo A. Paolillo,  psicologo, consulente dell’Accademia Europea della Voce.

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Perché poesia!

Questa intervista da una lettura molto lucida e talvolta caustica dell’evoluzione della poesia e di come essa debba necessariamente evolversi e adeguarsi ai tempi per essere compresa e rivalutata come arte non inferiore alle altre e che per di più rivendica il suo primato di longevità.

intervista rilasciata da Abner Rossi*

La poesia sembra aver ritrovato nell’ultimo decennio un afflato emotivo che le mancava. Come interpretarlo, come un’urgenza umana, segno dei tempi, o come la riscoperta di una abilità artistica ed evocativa bella e potente al pari delle altre arti?

I poeti, è bene saperlo, competono con un’altra categoria di persone per la palma del più antico mestiere del mondo, dal che si può dedurre che dal punto di vista delle relazioni umane la poesia rappresenti un bisogno sociale molto ampio e articolato. Se è vero che l’ultimo decennio ha visto un nuovo impegno questo si deve alla decadenza della nostra specie e dei valori che dovrebbero motivarne la sopravvivenza. Infatti la poesia rinasce, si rinvigorisce e diventa urgenza quando tutto pare soccombere. Noi siamo un paese di musicisti, navigatori, poeti e… allenatori di calcio anche se la musica non viene insegnata nelle scuole, pochissimi hanno nozioni di navigazione e una minoranza esigua pensa alla poesia come un’abilità artistica e quindi arte… e che arte! La tiratura media di un libro di poesia è di trecento copie realmente vendute ma, nonostante questo, si sono stampati nel 2015 migliaia di libri in gran parte autoprodotti.

La poesia che posto occupa o dovrebbe occupare nella vita di un uomo, culturalmente, umanamente, socialmente?

La poesia non occupa nessun posto nella vita di un uomo. Nessun uomo vivente – fatti salvi i poeti – pensa che la poesia abbia un posto nella propria vita. Dovrebbe, come lei scrive! Il verbo, il tempo e il modo sono giusti ma, ancora più giusto dovrebbe essere chiedersi: la poesia merita di avere un posto nella vita di una persona di oggi? Io non credo. La vita di oggi è rapida, la comunicazione è policentrica e, negli ultimi cento anni, si sono fatte scoperte scientifiche di cui la poesia non tiene conto rivolta com’è alle similitudini, ai luoghi poetici comuni, alle metafore, ad una osservazione naturalistica quasi sempre romantica. Se la poesia vuole uno spazio deve conquistarlo intrecciando relazioni profonde con la psicanalisi, con la filosofia, con la storia contemporanea, con la moderna mitologia, con la geo-storiografia, con l’antropologia. Ovviamente sono i poeti a dover fare questo salto di pensiero, la poesia in sé è semplicemente un prodotto creativo o, come io penso e voglio che sia, vita vissuta interiore che prima riemerge e poi si scrive. La poesia non gode di uno spazio nella vita di tutti i giorni perché i poeti di oggi (ma anche quasi tutti i grandi del passato) insistono su un pensiero circolare, magari splendente, che parte da un punto e torna allo stesso punto. Oggi si ama, si parla, si pensa, si scopa e si fanno persino le guerre in maniera diversa dal passato; non possiamo permetterci una poesia che non cerchi coerenza con la modernità ma, soprattutto, non possiamo permetterci ghirigori poetici forvianti e poeti che, non tenendo conto della realtà del presente, si “ammalano” di ignoranza.

Per il poeta che importanza riveste la poesia?

La domanda andrebbe rivolta ad ogni singolo poeta perché penso che ognuno di noi abbia una risposta diversa. Per me è due cose: un lavoro professionale e un modo di vivere, essere, pensare. Così come sono scritti in sequenza, i verbi vivere, essere e pensare potrebbero sembrare sinonimi dell’espressione dello stesso bisogno personale, ma non lo sono: si può vivere poeticamente ma non essere e pensare come un poeta. Si può pensare come un poeta ma questo non significa vivere come…ed essere un poeta. Tenere insieme questi tre verbi e creare una compatibilità tra loro si avvicina molto a ciò che io penso dovrebbe “sentire” un poeta per la poesia in generale e per la propria in particolare. Non è da sottovalutare la parte “lavoro professionale”: personalmente è la prima cosa che mi dico come un mantra ogni volta che mi siedo per scrivere. Mi dà un alto senso di rispetto sentire che componendo versi sto lavorando e utilizzando la mia professionalità. Poi arriva, se arriva, la creazione e le emozioni ad essa connesse… ma quelle sono storie personali poco importanti ai fini di sentirsi a posto con se stessi

Che l’ispirazione poetica si sia liberata dalle rime ha rappresentato una svolta determinante? E perché?

La domanda è un trabocchetto e la risposta molto complessa; cercherò comunque di avventurarmi in salita su queste rocce sconnesse: il verso libero è una conquista di libertà, come lei dice ma, come tutte le libertà, rappresenta anche un rischio. Faccio un esempio: io penso che tutti quelli che hanno una certa abilità nel maneggiare parole e frasi possono sembrare poeti senza esserlo effettivamente, tutti quelli che scrivono in prosa possono trasformarla in poesia semplicemente andando a capo dopo alcune parole o un frase, ect. ect. Credo che la tecnica del rimare, dell’ottava e di altre modalità di scrittura poetica debba essere conosciuta anche da chi propende per il verso libero. Non basta navigare sottocosta con un moderno cabinato a motore per sentirsi “lupi di mare”: lo studio delle nozioni basilari e la pratica nel tempo può portare in quella direzione ma basi + tempo, credo siano una regola da applicare a tutte le discipline. La libertà non esiste senza gambe robuste, fronte al futuro, passi nel tempo e consapevolezza dell’evoluzione, anche nello stile.

Nella musica, più palesemente in quella leggera, quel che conta di più oggi,  è  il testo, il ritmo e l’armonia. La parte melodica, quella che rende più orecchiabile un brano, è in qualche modo immolata sull’altare dei contenuti. Si può fare una qualche riflessione in questo senso (contenuti, musicalità, effetti speciali …) riguardo la poesia?

Anche nel verso libero la poesia deve essere musicale, se non lo è non è poesia. Voglio dire che una poesia deve produrre emozioni nel suo lettore: se susseguendosi le parole non suonano tra loro è difficile che le emozioni si producano, aldilà del contenuto. So che questa è una affermazione dura e forte, ma la musicalità (ritmo, armonia e, soprattutto, melodia) è contenuto al pari e forse anche di più dell’argomento poetico. Aggiungerei, tra tutti gli elementi di musicalità indispensabile, anche un po’ di improvvisazione. Qualche accordo improvvisato fa bene all’anima della poesia (per anima intendo la spina dorsale che tiene in piedi o fa crollare un’opera poetica). Quando insegno scrittura poetica punto quasi tutto sul descrivere come si fa a far cantare e suonare le parole. Quando sono giurato in un premio di poesia o addirittura presidente di un premio (entrambe cose che mi capitano e mi onorano spesso, vista la mia età) prima del contenuto, cioè la storia interna che il poeta presenta nella sua opera, leggo e ascolto i suoni: se sono assenti – e lo sono quasi sempre – passo oltre

In quale forma arrivano l’impulso e l’ispirazione in un poeta? … come bisogno impellente di esprimersi, quindi di getto, o come un percorso che richiede tempo e misura? Dipende forse dall’implicazione della sfera emotiva o viceversa da un momento contemplativo che ha bisogno di un suo percorso temporale di assimilazione?

La mia idea della ispirazione è che si tratti di una divinità di troppo facili costumi. Tutti i poeti la vivono in prima persona, ma è sessualmente troppo pericolosa per affrontarla frontalmente. L’argomento proposto dalla domanda è così interessante che pochissimi si cimentano nell’offrire risposte. Ancora oggi mi sembra che la risposta degli antichi greci sul rapporto tra poesia e vita contemporanea sia la migliore e la più moderna (musa ispiratrice + elementi mitologici + circostanze storiche). All’arte poetica contribuiscono il contesto, credenze, miti, filosofia, storia, psiche, antropologia. Quindi l’ispirazione è un’alchimia con varie concatenazioni difficilmente descrivibili. Si tratta dell’inconscio che coglie un momento, un clima, una situazione, un contesto, uno stato d’animo del poeta per manifestarsi in parte, legandosi ai ricordi del poeta, alla sua vita presente, alle sue esperienze, al suo microcosmo, alle sue credenze e alle sue relazioni sociali e intime. Ne scaturisce un’immagine, una parola, una piccola frase o altro che pone le basi affinché una poesia venga scritta o, come io sostengo, che una poesia forzi le resistenze del poeta per scriversi. La poesia non sarà mai la rappresentazione veritiera dell’impulso inconscio iniziale, sarà solo il rumore delle acque smosse che arriva alla consapevolezza. E’ così per qualsiasi altra creazione artistica, si tratti di composizione musicale, rappresentazione pittorica, scultorea ect. Una poesia (sto parlando della vera poesia) è fatta con lo stesso materiale di un sogno anche se non è un sogno; nello stesso tempo un sogno è sempre una creazione poetica in senso lato. Convinto di non essere riuscito a spiegarmi citerei testualmente – se mi è concesso lo spazio – una parte de’ “La réchèrche” di M. Proust che può spiegare meglio le mie affermazioni in materia di ispirazione….

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio….”

Non sono sicuro che Proust fosse consapevole che questa parte del suo capolavoro stava manifestando un’alchimia complessa. Probabilmente l’impulso in lui originario era quello del riemergere dell’importanza della madre e della zia nella sua vita giovanile che, mescolato ad un sapore e a un momento topico, stava dando vita ad un’altissima forma letteraria… I poeti dovrebbero fare più attenzione alle figure, agli sfondi e alle ombre.

Quale importanza riveste la poesia nell’ambito della crescita individuale, nell’evoluzione culturale e nell’ambito sociale? E come?

Un’importanza fondamentale nella crescita individuale, vissuta consapevolmente o meno; scarsa nella evoluzione culturale e sociale, perché sono i poeti stessi a viversi, spesso anche con soddisfazione, come la parte più oscura e rinnegata della cultura e della creatività.

Concludendo, nel campo della comunicazione, i media come interagiscono con il mondo della poesia e dei poeti?

Nonostante gloriosi esempi passati il mondo della poesia di oggi non gode di forti elementi di trasgressione. I poeti si drogano (ufficialmente) meno di un tempo, si suicidano meno dei commercialisti e degli psicanalisti, bevono meno di un qualsiasi sedicenne quando esce la sera con gli amici. Mancando di un qualsiasi substrato tragico o tragicomico, il mondo della poesia non è mediaticamente attraente. Per similitudine un poeta che vive nel tuo condominio è meno attraente di un musicista o di un pittore. Mi è capitato spesso che i vicini mi chiedessero qual’era il mio vero lavoro. Del resto il poeta ha pochi amici e molti nemici che non voglio indicare. Voglio solo sottolineare un fatto economico a testimonianza della auto svalutazione del mondo poetico: il costo medio per partecipare ad un concorso nazionale di poesia è di 10/15 euro ed è motivato dal fatto che gli organizzatori desiderano un numero di partecipanti alto per dimostrare la loro capacità di aggregazione. Personalmente penso che un’iscrizione dovrebbe costare cinque, dieci volte tanto sia per fare selezione, sia per ottenere attenzione mediatica, visto che il danaro è un interesse primario della nostra epoca. L’alternativa mediatica ad un innalzamento delle quote d’iscrizione potrebbe essere quella che in ogni città italiana dodici poeti e poetesse producano un calendario (con le debite fasi lunari) dove, parzialmente denudati, espongano il proprio giovane o anziano corpo accompagnato a margine da una bella poesia. Sono sicuro che qualcuno potrebbe essere tentato di parlarne e scriverne. Scherzi a parte (ma non stavo scherzando) nell’ultimo anno ho letto e giudicato circa tremila poesie partecipanti a vari concorsi, ho letto di tutto, compreso parole inventate per l’occasione. Non ho mai letto la parola rivoluzione pur rappresentando questa parola un dovere poetico almeno con se stessi e lo scopo più alto della poesia.                                        a cura di Mariastella Previtera (01.03.2016)    

 *Abner Rossi, autore teatrale, regista, poeta.

 

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Violenza psicologica : la via perversa per l’affermazione dell’ Io

Intervista rilasciata da Carlo Alberto Paolillo*

A differenza della violenza conclamata, cioè quella fisica, la violenza psicologica ha una fisionomia che sfugge. Si può formulare un identikit?

La violenza psicologica non è da confondere con la minaccia esplicita. Quest’ultima è caratterizzata dal tentativo palese di stabilire una superiorità  definita, indiscussa e non modulabile.

La violenza psicologica invece è caratterizzata dall’uso e abuso del “punto debole” di chi ne è oggetto. Non è mai occasionale ma si ripete, anche in forme apparentemente diverse, sui tratti sensibili di chi ne è vittima.

E’ possibile individuare segnali anticipatori del fenomeno?

Sovente è possibile identificarli,  ad esempio in quelle relazioni in cui chi agisce la violenza è considerato molto  più “adulto” di chi ne è vittima. E ciò ben al di là di una reale differenza d’età.

Questo “quadro” è assimilabile alle modalità relazionali tra una persona adulta ed  un bambino, e non altri.

C’è di che preoccuparsi  seriamente perché questo fenomeno è molto più frequente di quanto si pensi  ed è in crescente aumento.

Con quale retaggio del passato ha a che fare?

Sovente nel passato infantile delle persone vittime di violenza psicologica si riscontra un vissuto di rifiuto, non obbligatoriamente cosciente, quantunque reiterato. Di conseguenza la violenza psicologica attuata si produce come tentativo di affermarsi; ossia come soluzione del vissuto di rifiuto ancorato nel profondo inconscio.

Qual è l’humus su cui attecchisce più facilmente?

L’humus predisponente, tenuto conto di quanto detto in precedenza, si lega ad una duplice condizione:  un deficit d’affermazione dell’Io o ad un eccesso di esso.

Nel primo caso  si ha a che fare con dinamiche di rivalsa, così come s’è detto.

Nel secondo caso si ha a che fare con la risposta alla paura, solitamente inconscia, di perdita  dell’affermazione di “sé” quindi del proprio “essere vivo”.

In questo caso l’abnorme modalità affermativa  dell’Io del soggetto è tale perché la sconfitta dell’affermazione del sé , del proprio esistere, viene vissuta inconsciamente, come paura di morte. Bullismo, mobbing, … ne sono esempi!

Quali sono le circostanze e le modalità con cui viene esercitato l’abuso psicologico?

Le circostanze sono innumerevoli e quindi non sarebbe corretto definirle  perché sovente sono sfumate  e possono solversi tra loro, diversamente dalle modalità che sono cadenzate e ripetitive. Tenuto conto che esistono differenze sostanziali tra la violenza maschile e quella femminile.

In quali contesti si può intervenire per fare prevenzione? La famiglia, la scuola, la società e come?

L’azione preventiva è attuabile essenzialmente nell’ambito familiare e si risolve in una semplice e misteriosa parola: l’Amore.

Un soggetto amato, attenzione amato non viziato, (l’eccesso d’amore spesso nasconde paure e sensi di colpa)  da adulto non percepirà il bisogno, la “indispensabilità” di gratificarsi attraverso la via perversa della affermazione dell’Io, in modo violento ricorrendo all’abuso  talvolta conclamato e talvolta psicologicamente perpetrato.

In ambienti contaminati da comportamenti violenti  i minori che danni subiscono  in termini di eventuali disturbi della personalità e nei rapporti sociali?

Nell’ambiente familiare la presenza di violenza conclamata, fisica e/o comportamentale, produce una gran quantità di disturbi nella personalità dei figli. Ciò è facilmente comprensibile.

Quando invece ci si trova in presenza di eventi classificabili come violenza psicologica, il danno fondamentale si produce in forma molto subdola, non facile da individuare in età infantile o adolescenziale, in quanto il danno principale è prodotto dal trasferimento inconscio del modello.

Tale modello viene poi riprodotto dal soggetto divenuto adulto, sovente accompagnato dalla sensazione di essere nel “giusto” e/o nel proprio diritto, riverberando inoltre effetti  perniciosi sulla socialità.

Appropriarsi  delle motivazioni a monte dei comportamenti violenti può far superare il problema?

Questa è l’unica via d’uscita riguardo il fenomeno quando si produce nell’ambito familiare.  Ed io l’ho verificato  personalmente  attraverso la modifica del “sentito” del soggetto, cosa che comporta di conseguenza modifiche comportamentali apprezzabili.

a cura di Mariastella Previtera,  (14.02.2016)
*prof. Carlo Alberto Paolillo, psicologo, consulente dell’Accademia Europea della Voce     

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“La disattenzione, l’imprudenza non sono una colpa!”

“La disattenzione, l’imprudenza non sono una colpa! Possono  essere segnali di un disagio, di un malessere che se trova le sue radici può essere superato.”

Sono segnali che è importante saper leggere. Quante persone per timore del giudizio, soprattutto del “proprio sentirsi”  incapaci, inetti, vecchi*, disabili … perdono lucidità e iniziano a confondersi e a essere scoordinate nei pensieri e nelle azioni.

E’ un bene tenerne conto.  Il vigore fisico e mentale si avvantaggia  o si deteriora a seconda del proprio stato d’animo.

Lo stato d’animo può dipendere non solo  dallo stato di salute o  da eventi esterni, non subordinati alla nostra volontà, ma dipendere anche da fatti che riguardano la nostra sfera più intima,  affettiva, culturale, intellettiva, morale, religiosa … quella sfera che a volte chiamiamo “anima”.

Nostro malgrado questa sfera ci condiziona. Talvolta attraverso la nostra storia, le nostre relazioni parentali e sociali costruiamo un modello  che non sempre va  d’accordo con la natura più  intima e autentica di cui siamo espressione e di cui siamo fatti, nel bene e nel male.

Esemplifichiamo.  Mettiamo il caso dovessimo provare sentimenti di invidia o gelosia verso qualcuno , quantunque la nostra “anima” reclamando ascolto ce lo vieti,  ci troveremmo difronte ad una controversia interiore che prevedibilmente sfocerebbe o in un dover sacrificare la natura del nostro sentimento, negandolo o cedere alla nostra voce interiore e inibire, quanto meno, le azioni afferenti ai sentimenti provati.

Il punto che ci interessa e che queste controversie interiori non possono altro che portare al malessere, ad uno stato d’animo negativo, ad un depauperamento di energie vitali.

Energie che, malauguratamente, vengono sottratte  al vigore fisico e intellettivo  rendendo spesso le persone più deboli e vulnerabili.

Aver ragionato fin qui ci può portare a considerare che,  laddove fosse possibile, conviene essere più accondiscendenti verso noi stessi e verso i nostri sentimenti a favore  del nostro benessere e la nostra integrità.  Bisogna pur far funzionare bene i nostri ingranaggi per “vivere”!

Tutto questo significa anche essere più forti, più reattivi  e, quel che più conta, non sentirsi mai più deboli, incapaci … ma persone valide , portatrici sane di vita.

*aborro le parole “vecchio” e “vecchiaia” perché nel tempo hanno acquisito  valore negativo.

Mariastella Previtera (02.02.2016)

 

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MAI DIRE MAI !

Non basta definirsi e sentirsi giovani dentro. C’è tanto altro!

Sentire di desiderare la vita  sicuri di esserci dentro, questo è un segnale importante da cogliere!

Voglio dire che ogni giorno, dall’alba al tramonto, da quando ci si sveglia a quando si va a dormire, c’è bisogno di sentire pulsare la vita dentro di noi,  di sentire il desiderio di  nuovi orizzonti o quanto meno di un “nuovo” giorno  un giorno cioè, tutto da scoprire e da vivere .

Non c’è spazio per impigrirsi. Vita chiama vita!  Non è difficile accorgersi che le persone  vanno  sempre e comunque  verso di essa, esclusi quelli che delegano ad altri il ruolo di    “propulsori” di vita.

Non è infrequente trovarsi in situazioni del tipo: “armiamoci e andate” ; al momento non ho  un modo di dire migliore ma anche così credo che  si possa rendere l’idea.

Genitori che chiedono ai propri figli di riempire la loro esistenza,  partner  che vivono in simbiosi escludendo  il vasto mondo che li circonda …

Situazioni queste che portano inevitabilmente ad annichilirsi perché non c’è modo di ricaricarsi di vita in un circuito che non ha vie di uscita.

la cosa più bella che può capitare ad un essere umano è che la vita ci metta tra le mani un penna preziosa per riscrivere ad ogni tappa, infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità,  la nostra storia.

Quante cose abbiamo riscritte e cambiate alla luce dell’esperienza, della storia  e a seconda delle esigenze che l’età dettava …

E’ utile comunque ricordare che,  senza che se ne avesse una piena consapevolezza,  le persone sopra gli anta,  in un  periodo di tempo alquanto lungo e complesso, sono state private del  ruolo di mentore, di riconosciuto depositario della conoscenza e della saggezza per essere improvvisamente ri-catalogato come un matusa, un oversite (fuori luogo), un overtime (fuori del tempo).

Il tempo, però,  come sempre rende giustizia. … Mio padre usava dire il tempo è galantuomo! Col senno di poi gli ho dato ragione.  Oggi gli anta  si sono  riappropriati di un ruolo che gli  compete e che permette loro di approcciare cose che non credevamo possibili.                                 Quale occasione migliore!

Mai dire mai! Riscrivere la propria vita assegnandole nuovi traguardi, attraversando nuove esperienze si può, anche in età più avanzate, si può!

La risposta sta nel fatto che bisogna riconsiderare le risorse che si possiedono  o che si possono acquisire sottraendole allo stress prodotto dalla percezione purtroppo inesatta della realtà, inesatta sì, in quanto produce convinzioni sbagliate capaci di  sottrarci benessere e vitalità.

Cambiare rotta non è poi tanto dura!  Improvvisamente ecco,  ci  si potrebbe trovare all’inizio di un viaggio. Si, ad intraprendere  un viaggio iniziatico che può sorprenderci e regalare nuova linfa vitale, nuove sensazioni e voglia di interessarci a cose che conservavamo nello scrigno dei nostri desideri.

Forse qualcuno guardandosi indietro attraverso le memorie del passato, potrà avvertire la sensazione che più vite si siano susseguite e sovrapposte e che la precedente appariva obsoleta e agée come foto ingiallite dal tempo …e con esse abitudini che cambiano, aspetto fisico che cambia, comportamenti sociali che si modificano eppure … non ci si meraviglia più di tanto.

Poi la percezione di sé cambia. La vita perde la sua dinamicità , finisce di essere un viaggio verso nuove mete, verso nuove esperienze;  si stabilizza e sembra somigliare ad un tour nella propria città, a bordo di un autobus che ti porta a fare sempre gli stessi giri, lo stesso percorso.

Ma la vita non ama percorrere sempre le stesse strade.  Ha bisogno per rimanere tale, di rinnovarsi, di rianimarsi, di arricchirsi attraverso la diversità.

Cambiare rotta, cambiare percorso significa intraprendere un viaggio che rompe la monotonia, la ripetitività nel quotidiano.

Occorre solo preparare un bagaglio”leggero” in cui  mettere come  compagni di viaggio:  senso dell’imprevisto e nuove lenti per guardare   le cose.  “Il vero viaggio di scoperta, diceva Marcel Proust,  non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

(19.01.2016)

mai dire mai!

 

 

 

 

 

 

 

 

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Musica e salute: il suono che guarisce

           Preambolo. Quando si parla di comunicazione sembra che la cosa riguardi solo un certo tipo di linguaggio parlato, scritto, gestuale, mimico …ma, c’è da chiedersi se è veramente così.

        Un linguaggio che non usa parole, non usa concetti, non usa astrazioni,  nell’accezione comune in  cui astratto  è ciò  che non appartiene al mondo sensibile ma qualcosa che rimane nel mondo delle idee, quindi della mente, che pur tuttavia si fa ben comprendere, esiste.

  Noi lo usiamo, almeno nell’ordinario, solo come strumento di intrattenimento e diletto. Intendo riferirmi alla musica.

    Premetto che l’uomo non sarebbe in grado di esprimersi attraverso un linguaggio da lui stesso elaborato, se la sua mente non avesse la struttura ed i requisiti neurofisiologici per farlo. Un esempio: un ragno che tesse la sua tela non potrebbe farlo se il suo cervello non fosse strutturato e programmato per farlo.

   Questa premessa mi serve per formulare un assunto. Non ci sono cose che l’umanità abbia ideato, costruito, elaborato se non in funzione delle proprie necessità. Da qui si desume che la voce,  la parola, il linguaggio non sono altro che strumenti che l’uomo si è dato per uno scopo preciso e attinente alla sua esistenza e alla sua sopravvivenza: la possibilità di comunicare.

   Chiediamoci cosa succederebbe o sarebbe già accaduto se l’uomo nel suo lunghissimo percorso evolutivo non avesse avuto lo strumento giusto per comunicare con gli altri individui della sua specie.

    Se è la necessità di strumenti sempre più elaborati, sempre più raffinati che spinge l’uomo a nuove frontiere, a nuove ideazioni viene spontaneo  pensare che la musica, in quanto prodotto e creazione umana, abbia in sé il progetto di essere uno strumento utile e indispensabile per l’uomo.

   Essa ha gli stessi attributi del linguaggio parlato, cioè il bisogno dell’uomo di esprimersi, di dare forma al suo mondo interiore, comunicarlo e condividerlo con l’altro da sé. Non voglio andare oltre in questo discorso in quanto si tratta di un argomento molto complesso e articolato. Anche se molto interessante. Pur tuttavia gli effetti che derivano dall’ascolto della musica sono a dir poco strabilianti.

   Non si tratta più di considerarla  soltanto come intrattenimento e fonte di diletto, ma qualcosa che ha in sé capacità formidabili anche nell’ambito del ripristino della salute oltre che del benessere. Quest’ultimo agevolato dalla facoltà della musica di modulare il tono dell’umore.

Perché la musica, e quindi il suono possiede anche la capacità di guarire.

   Risonanza magnetica ed elettro- encefalogrammi mostrano che suonare e anche solo ascoltare la musica coinvolge tutte le regioni del cervello da quelle più primitive a quelle più recenti ed evolute.

  – Le strutture più evolute che se ne avvantaggiano sono la corteccia cerebrale (materia grigia).

– Le sinapsi (terminazioni nervose importantissime per la trasmissione dei segnali nervosi.

“Nell’apparato uditivo ad esempio i segnali acustici vengono trasformati in input (segnali) nervosi che vengono trasmessi e processati dalla corteccia cerebrale.”

   – La corteccia prefrontale preposta alle funzioni cognitive e quindi allo apprendimento.

    – Il corpo calloso, fascio di fibre nervose, posto tra i due emisferi cerebrali, con la funzione di  connetterli e farli dialogare tra loro.

       – L’aria di Broca e la funzione del linguaggio. Quest’ultimo appannaggio dell’emisfero sinistro migliora.

“Addirittura in persone colpite da ictus si è visto un miglioramento linguistico. Ciò si spiega col fatto che gli ascolti (musicali) producono il trasferimento di molte di queste funzioni  ex novo in aree  cerebrali dell’emisfero destro.”

   Oltre la corteccia (neocortex), altre strutture come l’ippocampo (importante per la memoria) e l’amigdala (responsabile della paura e delle emozioni) sono influenzate positivamente dal suono.

 Tra le strutture arcaiche del cervello, invece:

   – il cervelletto, organo cruciale per l’attività  e per il controllo dei movimenti e dell’’equilibrio.

  – il tronco encefalico persino, reagisce alla musica e non al linguaggio parlato.

  Negli ultimi 15 anni i neuroscienziati  hanno individuato una interessante regione del cervello (nucleus accumbens). Tale area rilascia dopamina, in risposta a sesso, droga e musica. La dopamina è un neurotrasmettitore legato al piacere e quindi al benessere.

  La neuroscienza in questo campo sta procedendo con steps e risultati veramente lusinghieri e tutta la letteratura scientifica a riguardo ci fa ben sperare.

    La prospettiva di assumere qualche pillola in meno e diversamente avvalersi di musica ad hoc per la nostra salute e il nostro benessere ci suggerisce che potremmo curarci anche in modo gradevole e senza effetti collaterali.

(26.11.2015)

musica_cervellomusica_jazzWoman holding her temples

 

 

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La comunicazione non è solo prerogativa della specie umana

 

“Strategie della natura: mimetismo, morfologia,  proprietà organolettiche… sono forme autentiche di comunicazione.”

Il fenomeno per cui un organismo vegetale emette segnali visivi (estetici), tattili, olfattivi per palesarsi ad altri organismi viventi è       un fenomeno adattativo. Lo scopo è quello di garantire la conservazione e la sopravvivenza della specie.Ogni specie, compresa quella umana, si adopera in tal senso in momenti e in maniere diverse.

Le piante fanno sfoggio di fiori, i più diversi e i più colorati per attirare gli insetti al fine di innescare l’impollinazione, gli animali sfoggiano livree e corteggiamenti i più appariscenti per avviare         la riproduzione.

Prendiamo ad esempio ciò che avviene sulle piante da frutto.          Lo stratagemma che usano tali piante per attrarre,  è quello di produrre frutti che siano di aspetto smagliante, di forma visivamente gradevole, che siano piacevoli al tatto e che abbiano un contenuto invitante.

Tale seduzione (da: se ducere, lat. → condurre a sé) fa sì che il frutto sia mangiato e che i semi siano restituiti e ridistribuiti sul territorio in luoghi diversi da quelli originari.

La natura è preesistente alla comparsa del genere umano quindi si può ipotizzare che l’uomo abbia in qualche modo tratto ispirazione da  essa  per  modulare  i  suoi  comportamenti  legati alla conservazione e alla riproduzione modulandoli, certamente, in maniera a sé congeniale, ma che vadano comunque a colpire la percezione sensoriale dell’individuo di genere diverso.

Infatti l’uomo attiva la produzione di ormoni (feromoni), adotta un corteggiamento adeguato, un abbigliamento appariscente, ecc …. stimolando così, l’olfatto, la vista, l’udito  (voce: parola~ canto / serenate) quindi gli organi sensoriali del soggetto da sedurre. In generale, tutte le volte che un “individuo” vuole segnalare la sua presenza da luogo ad un tipo diverso di comunicazione.

La comunicazione, è bene dirlo, è un fenomeno diverso dal fenomeno informazione.Nel caso in cui la segnalazione è unidirezionale abbiamo una trasmissione di informazione. Nel     caso in cui la segnalazione è bidirezionale o poli-direzionale si genera un’interazione cognitiva.

Un fenomeno interattivo per sua natura non può essere unidirezionale.  Per questo ci troviamo di fronte ad un evento comunicativo e non informativo. Ad esempio un frutto maturo           al punto giusto, con proprietà organolettiche stimolanti interagisce inducendomi a mangiarlo e quanto meno mi     suggerisce di riprodurlo coltivandolo, così facendo io mi sono     nutrita e la pianta si è garantita la riproduzione della sua specie.

E’ una maniera silente di comunicazione ma pur sempre comunicazione. Del resto anche noi umani usiamo comunicare attraverso il gesto quando la parola è assente o non basta.

Mi piace sottolineare, per concludere,  che la specie animale, compreso l’uomo, è  l’unica  in  grado  di  generare   una comunicazione interattiva, e quindi adattiva, in tempi brevi.

.Potremmo anche dire che l’uomo (moderno) può adattarsi tempestivamente  mentre  la  natura  ha  bisogno di  tempi lunghissimi.

L’uomo  moderno  dispone  oltre  che  di intelligenza anche di     strumenti “intelligenti” di cui la natura (sia vegetale che animale)         è priva. Mi riferisco alla tecnologia, alla biologia, alla medicina,     alla fisica ecc. e a tutte le conseguenze a cui hanno dato adito,    dalla industrializzazione, alla scoperta dello spazio e dello      infinitamente piccolo e a tutte le applicazioni che la scienza ha saputo coniugare e creare dalle scoperte effettuate.

Ma per tener fede al progetto che è pura essenza della vita (filogenesi) e dell’individuo (ontogenesi), non si possono ignorare       i suoi obiettivi: la conservazione e la riproduzione della nostra specie. (10/11/2015)

 

 

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