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Stress e comunicazione

   Parlare oggi di comunicazione significa esprimersi riguardo un fenomeno talmente vasto  e imponente da essere oggetto di studio di numerosissimi pensatori e di molteplici discipline.

A partire dalla filosofia , la comunicazione, ha interessato via via  la linguistica, l’etologia,  la sociologia,  la psicologia,  e l’informatica  tant’è che  nel 2000

della Sapienza di Roma ha deliberato l’istituzione della prima facoltà di Scienze della comunicazione sorta presso un’università statale.

E’ evidente che tanto interesse dimostra  quanta parte della nostra esperienza e della nostro vivere quotidiano siano condizionati da  questo evento che ci deve porre in maniera attuale ed efficiente in relazione con il modo esterno e con gli altri esseri viventi.  E’ chiaro che quel che più ci interessa è stabilire quali e quanti canoni bisogna tener conto affinché la comunicazione abbia successo.

Semplificando, possiamo dire che il nostro modo di comunicare abbia sortito sempre e comunque un valido effetto, che siamo riusciti sempre ad esprimere e/o partecipare agli altri quello che avremmo voluto. Possiamo dire che le emozioni che volevamo trasmettere erano proprio quelle che sentivamo?

Ovviamente queste defaillances nella comunicazione non sono assolutamente auspicabili sia nell’ambito relazionale della vita personale, sia in quello della vita professionale. Non si farebbero molti progressi ne nell’una ne nell’altra!

Lo strumento principe della comunicazione è la parola. E con essa noi ci  avvaliamo  anche dello sguardo degli occhi, di un cenno del capo, dell’espressione del viso, della postura del corpo … per esprimersi.

Però, ostentare un sorriso  a 32 denti e in contemporanea torcersi di continuo le mani o toccare convulsamente gli oggetti a portata di mano, possono comunicare uno stato di tranquillità?

Possono comunicare accoglienza, per altro, le braccia tenute serrate contro il petto?  … E così via.

L’inconciliabilità di queste azioni,  parlato,  gestualità e postura, inevitabilmente provoca l’insuccesso dell’intenzione comunicativa e quindi, di una valida interazione interpersonale.

Certo, si potrà mantenere un controllo continuo su queste dinamiche ma quale garanzia abbiamo che nel tempo non si ripresentino.

Cosa ci può accadere, quindi, se non di trovarci in una condizione permanente di stress o di malessere?                                                                  (14/04/2012)

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Two women looking away with books in hand at universityimages stress

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Percezione sonora: l’uomo evoluto

In genere l’uomo, in tutto il suo iter evolutivo, si può dire che non abbia fatto altro che riscoprire o riprodurre cose già esistenti in natura. Anche in campi oltremodo avanzati come la cibernetica, l’uomo inventa intelligenze artificiali  ricorrendo a meccanismi base del cervello umano. Noi, ad esempio, non inventiamo nulla quando asseriamo che la musica e il suono influenzano il comportamento umano e il suo campo emozionale.

Basti pensare a quanto può essere benefico nello stress, immergersi nei suoni della natura e poter così ritrovare un’armonia perduta. Il canto degli uccelli, ad esempio, oltre ad essere uno strumento di comunicazione tra diversi individui della stessa specie, ha in sé una componente melodica che ce lo fa definire tale. Non a caso noi indichiamo questo fenomeno con il concetto di “canto”.

Possiamo anche osservare quanto noi rispondiamo con maggiore o minore vissuto di piacere all’ascolto di una lingua straniera sconosciuta; infatti, quando non siamo in grado di decodificare la struttura simbolica del codice, il fenomeno viene percepito come sequenza sonora, ed è a questa che noi diamo maggiore o minore contenuto di melodiosità, intonazione, scansione ed armonia.

Musicalità, sonorità, melodiosità, armoniosità sono termini usati con importanza insospettata, ma spesso manca una corretta collocazione dell’evento sonoro in contesti più allargati che non si limitino solo al godimento estetico e artistico.

Nell’alba dell’uomo le prime produzioni musicali, espresse attraverso una scansione  ritmica elementare (ad es. i tam-tam delle tribù indigene primitive) si evolvono, unitamente al linguaggio verbale, raffinandosi e arricchendosi via via di elementi più sofisticati sino a produrre un vero linguaggio articolato: la musica.

Teniamo conto che in principio questo fenomeno si riferiva essenzialmente alla trasmissione di messaggi elementari, come per segnalare l’inizio o la fine di un evento,  ad es.la caccia. Ciò si otteneva ricavando diverse modulazioni ritmiche nel battere un bastone su un tronco cavo, cosa che tra l’altro, a livello neurofisiologico, induce modifiche nel ritmo cardiaco accellerandolo con risposta di allarme o rallentandolo  inducendo uno stato di calma (R. Benenson, Manuale di musicoterapia – Ed. Borla)

Oggi sappiamo che il sonoro musicale investe sofisticate funzioni come l’affettività, la creatività, la sessualità, la funzione cognitiva ecc.

E’ indicativo l’uso ordinario del concetto di ritmo per indicare gli eventi musicali, cardiaci e respiratori in egual misura: curioso ma non certamente casuale, tenendo conto che l’intuizione umana di frequente anticipa quella che sarà poi la lettura scientifica successiva.

Dalla ricerca e dalla casistica dell’ A.E.VO. (Accademia Europea della Voce), conseguite attraverso l’uso di specifici test percettivi, confrontandosi con i lavori compiuti in Francia dall’otoiatra A. Tomatis, si è potuto focalizzare quali aspetti possono essere modificati o riequilibrati, laddove si presentano alterazioni, attraverso l’uso del suono (11/12/2013)   

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