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Violenza di genere: una lettura al passo con i tempi

” Per interpretare questo fenomeno, che sta diventando sempre più complesso e difficile da comprendere e controllare, bisogna necessariamente andare alle origini e scandagliarne tutti gli aspetti sociali, psicologici, e pragmatici. Ciò per essere in grado di gestire in modo mirato il problema ed evitare così un fai da te poco probabile sul piano della validità e magari anche nocivo talvolta”
 Intervista rilasciata da Carlo A. Paolillo*

Quali trasformazioni, negli ultimi decenni,hanno interessato il ruolo maschile e femminile nelle sfere familiare, sociale e lavorativa?

La più evidente trasformazione consiste nel percorso di avvicinamento di ruolo. Però, come accade quando si tende a modificare strutture esistenti da secoli e/o millenni, ciò tende a produrre reazioni contrarie e talvolta violente, da parte di alcuni facenti parte del genere che ha accumulato nel tempo privilegi.

Quali cause possono far risalire al femminicidio e ad altre forme di violenza di genere?

Il tentativo di affermare e confermare questi privilegi  porta ad episodi di violenza che comunemente iniziano sul piano psicologico e, talvolta,  evolvono nella violenza fisica.

Quale importanza riveste un’auspicabile ruolo paritario tra i generi in tante realtà formativa come la famiglia, scuola, comunità, lavoro?

L’eventuale parità di genere  porterebbe ad una realtà tanto diversa dalla attuale che per noi rimane ben difficile immaginarla. Basta pensare anche solo a due aspetti: la famiglia e il lavoro.

Quali possono essere le strategie e le modalità per educare, formare e dar luogo a relazioni paritarie nelle varie età dell’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta?

L’unica strategia che veramente inciderebbe nella formazione di situazioni paritarie, sta nell’operare a livello della educazione del bambino. Noi sovente non ci accorgiamo neanche di quanto incidono  i modelli, che vengono prima assorbiti e poi ripetuti in età adulta, come fossero ovvi.

Quale valido supporto è auspicabile per aiutare le vittime di violenza sia psicologica che fisica?

Il miglior supporto nei confronti di chi subisce violenza (psicologica e poi a maggior  ragione se fisica) è l’uscire dall’isolamento che, ce ne accorgiamo o meno, è strutturale in una società costruita sulle monadi familiari. In ogni caso la violenza è sempre da denunciare e, mai, da nascondere dentro di noi.

E sul piano pratico, cosa si può e deve fare?

Sul piano pratico, dopo una anche valida analisi sulle cause del fenomeno, una vera spinta al cambiamento sta nel realizzare strutture di sostegno nei confronti di coloro che subiscono violenza; come d esempio centri di locazione, sostegni giuridici, psicologici, di ausilio nei confronti di eventuali figli, occasioni di lavoro, ecc.

In tutto ciò risulterebbe essenziale l’ausilio del volontariato ( vedasi part-time composto da avvocati, magistrati, medici, psicologi, tutor per la difesa personale, ecc.).

(22.03.2017) a cura di Mariastella Previtera

*prof. Carlo A. Paolillo, psicologo, consulente Dell’Accademia Europea della Voce

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LA COPPIA : una variabile dipendente

“La coppia, al pari della società, è destinata ad evolversi, nella forma e nella sostanza. l’unico punto fermo è quello che entrambe rappresentano i due modi in cui si organizzano gli uomini e le donne, da sempre, per formare un sistema “sociale” in cui la società e la coppia sono uno  l’ espressione del gruppo sociale e l’altro della cellula base di questo sistema”.    
 Intervista rilasciata da Carlo A. Paolillo*

Quando noi parliamo di due persone legate da una relazione amorosa o da vincolo coniugale ci riferiamo ad un rapporto di coppia.  Di fatto la definizione rimane la stessa nel tempo però molto è cambiato nella sostanza. Quali i cambiamenti?

Fino a pochi anni addietro le coppie si distinguevano tra “lecite” (alias morali) ed “illecite” (alias immorali). Con l’attuale evoluzione della società questa differenza si è progressivamente dissolta. Oggi la differenza è costituita dalla coppia di diritto (matrimonio) e quella di scelta. Va notato che le seconde diventano sempre più frequenti.

L’assetto familiare, nei casi in cui se ne costituisca uno, ha subito delle modifiche?

L’assetto familiare, nei due casi, si sta trasformando da una struttura verticistica (1° Padre, 2° Madre, 3° Figli) in una molto più morbida, si direbbe democratica, ove padre e madre tendono a livellarsi ed i figli crescono ed influiscono in maniera crescente nella dinamica della famiglia.

La coppia moderna rispetto la coppia “classica” ha più strumenti e quali?

Non è questione di quantità maggiore o minore di strumenti, ma è la qualità ed il modo di usarli che tende sempre più a modificarsi. Vedasi il peso dei desideri o delle necessità dei figli sulle scelte genitoriali e come questi siano oggi più condizionanti che nel passato.

La coppia moderna sa dialogare, pianificare il proprio benessere, sa costruire una propria identità?

Questo avviene certamente oggi molto più di ieri; ma la cosa non è scevra da danni o pericoli, si veda il caso della disparità marcata di opinioni o pericoli, e come ciò possa portare effetti più sensibili rispetto lo stesso fenomeno quando esso avveniva in coppie “verticistiche”.

Nel passato l’esistenza quasi totale di verticismo  nella coppia  diminuiva la complessità dei problemi, ma produceva una identità di coppia “standard”, ossia quella prevista dalla società a cui si apparteneva.

Cosa rappresenta la coppia per l’individuo e la società?

Nella filogenesi l’essere umano si è evoluto come animale “sociale”. Lungo questo percorso le varie specie si sono differenziate in forme che si possono definire “poligame” e “monogame”.

L’essere umano, in compagnia di alcuni altri primati, fa parte del gruppo di specie monogame. Sulla base di questa caratteristica filogenetica, la coppia è diventata la cellula base della società umana.

Tutti gli altri fenomeni (morali, sociali, religiosi, ecc.)  che hanno letto la cosa  attraverso visioni fideistiche, rappresentano il tentativo delle varie culture di dare una spiegazione ad uno stato di fatto  che risale a milioni e milioni di anni  prima della loro esistenza e, quindi, non più comprensibili nella loro natura. Ergo, sia per l’individuo che per la società la coppia è diventata la cellula base della loro tendenza da “animali sociali”

Siamo ad un punto fermo o la coppia moderna ha ancora strada da fare per completare il suo processo di trasformazione tale che il suo modello sia efficace e funzionale per l’individuo e per la società?

E’ evidente che oggi la coppia ha ancora tanta strada da fare per raggiungere un nuovo optimum” di efficacia e funzionalità, sia per l’individuo che per la società.

Matrimonio e convivenza, due modelli di vita di coppia. Presi uno alla volta possono essere modelli efficaci e in quali casi?

Ognuno di questi due modi di formare coppia presenta aspetti positivi e negativi.   Oggi è molto difficile ( tranne che su basi fideistiche) dichiarare esplicitamente una totale preferenza in uno   dei due.   E’ probabile che in tempi futuri possano prodursi modi  di vita oggi impensabili.

La coppia tra natura e cultura. Quali considerazioni si possono fare?

La principale considerazione è che l’essere umano oggi non può essere strutturato né da sola natura, né da sola cultura.  L’individuo umano è un coacervo delle due cose, sempre intimamente interconnesse.

Cos’è l’identità di coppia e che funzione svolge?

L’identità di coppia consiste nel sentirsi in due, facenti parte di un unico sistema. La funzione fondamentale di tale sistema è quella di corrispondere alla realtà “cellulare” della nostra società.  

L’importanza di essere coppia. Per concludere se la coppia è così longeva nel tempo da cosa dipende?

Questa è una domanda  che richiederebbe un trattato a causa della sua vastità e complessità. Posso limitarmi a sottolineare solo due brevi “sintomi” che si riscontrano sovente nelle coppie longeve: l’attrazione e la pratica sessuale, al di là dell’età, e l’intensità della compatibilità affettiva tra le parti in causa.

(16.06.2016)  a cura di Mariastella Previtera

*Prof. Carlo A. Paolillo,  psicologo, consulente dell’Accademia Europea della Voce.

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Perché poesia!

Questa intervista da una lettura molto lucida e talvolta caustica dell’evoluzione della poesia e di come essa debba necessariamente evolversi e adeguarsi ai tempi per essere compresa e rivalutata come arte non inferiore alle altre e che per di più rivendica il suo primato di longevità.

intervista rilasciata da Abner Rossi*

La poesia sembra aver ritrovato nell’ultimo decennio un afflato emotivo che le mancava. Come interpretarlo, come un’urgenza umana, segno dei tempi, o come la riscoperta di una abilità artistica ed evocativa bella e potente al pari delle altre arti?

I poeti, è bene saperlo, competono con un’altra categoria di persone per la palma del più antico mestiere del mondo, dal che si può dedurre che dal punto di vista delle relazioni umane la poesia rappresenti un bisogno sociale molto ampio e articolato. Se è vero che l’ultimo decennio ha visto un nuovo impegno questo si deve alla decadenza della nostra specie e dei valori che dovrebbero motivarne la sopravvivenza. Infatti la poesia rinasce, si rinvigorisce e diventa urgenza quando tutto pare soccombere. Noi siamo un paese di musicisti, navigatori, poeti e… allenatori di calcio anche se la musica non viene insegnata nelle scuole, pochissimi hanno nozioni di navigazione e una minoranza esigua pensa alla poesia come un’abilità artistica e quindi arte… e che arte! La tiratura media di un libro di poesia è di trecento copie realmente vendute ma, nonostante questo, si sono stampati nel 2015 migliaia di libri in gran parte autoprodotti.

La poesia che posto occupa o dovrebbe occupare nella vita di un uomo, culturalmente, umanamente, socialmente?

La poesia non occupa nessun posto nella vita di un uomo. Nessun uomo vivente – fatti salvi i poeti – pensa che la poesia abbia un posto nella propria vita. Dovrebbe, come lei scrive! Il verbo, il tempo e il modo sono giusti ma, ancora più giusto dovrebbe essere chiedersi: la poesia merita di avere un posto nella vita di una persona di oggi? Io non credo. La vita di oggi è rapida, la comunicazione è policentrica e, negli ultimi cento anni, si sono fatte scoperte scientifiche di cui la poesia non tiene conto rivolta com’è alle similitudini, ai luoghi poetici comuni, alle metafore, ad una osservazione naturalistica quasi sempre romantica. Se la poesia vuole uno spazio deve conquistarlo intrecciando relazioni profonde con la psicanalisi, con la filosofia, con la storia contemporanea, con la moderna mitologia, con la geo-storiografia, con l’antropologia. Ovviamente sono i poeti a dover fare questo salto di pensiero, la poesia in sé è semplicemente un prodotto creativo o, come io penso e voglio che sia, vita vissuta interiore che prima riemerge e poi si scrive. La poesia non gode di uno spazio nella vita di tutti i giorni perché i poeti di oggi (ma anche quasi tutti i grandi del passato) insistono su un pensiero circolare, magari splendente, che parte da un punto e torna allo stesso punto. Oggi si ama, si parla, si pensa, si scopa e si fanno persino le guerre in maniera diversa dal passato; non possiamo permetterci una poesia che non cerchi coerenza con la modernità ma, soprattutto, non possiamo permetterci ghirigori poetici forvianti e poeti che, non tenendo conto della realtà del presente, si “ammalano” di ignoranza.

Per il poeta che importanza riveste la poesia?

La domanda andrebbe rivolta ad ogni singolo poeta perché penso che ognuno di noi abbia una risposta diversa. Per me è due cose: un lavoro professionale e un modo di vivere, essere, pensare. Così come sono scritti in sequenza, i verbi vivere, essere e pensare potrebbero sembrare sinonimi dell’espressione dello stesso bisogno personale, ma non lo sono: si può vivere poeticamente ma non essere e pensare come un poeta. Si può pensare come un poeta ma questo non significa vivere come…ed essere un poeta. Tenere insieme questi tre verbi e creare una compatibilità tra loro si avvicina molto a ciò che io penso dovrebbe “sentire” un poeta per la poesia in generale e per la propria in particolare. Non è da sottovalutare la parte “lavoro professionale”: personalmente è la prima cosa che mi dico come un mantra ogni volta che mi siedo per scrivere. Mi dà un alto senso di rispetto sentire che componendo versi sto lavorando e utilizzando la mia professionalità. Poi arriva, se arriva, la creazione e le emozioni ad essa connesse… ma quelle sono storie personali poco importanti ai fini di sentirsi a posto con se stessi

Che l’ispirazione poetica si sia liberata dalle rime ha rappresentato una svolta determinante? E perché?

La domanda è un trabocchetto e la risposta molto complessa; cercherò comunque di avventurarmi in salita su queste rocce sconnesse: il verso libero è una conquista di libertà, come lei dice ma, come tutte le libertà, rappresenta anche un rischio. Faccio un esempio: io penso che tutti quelli che hanno una certa abilità nel maneggiare parole e frasi possono sembrare poeti senza esserlo effettivamente, tutti quelli che scrivono in prosa possono trasformarla in poesia semplicemente andando a capo dopo alcune parole o un frase, ect. ect. Credo che la tecnica del rimare, dell’ottava e di altre modalità di scrittura poetica debba essere conosciuta anche da chi propende per il verso libero. Non basta navigare sottocosta con un moderno cabinato a motore per sentirsi “lupi di mare”: lo studio delle nozioni basilari e la pratica nel tempo può portare in quella direzione ma basi + tempo, credo siano una regola da applicare a tutte le discipline. La libertà non esiste senza gambe robuste, fronte al futuro, passi nel tempo e consapevolezza dell’evoluzione, anche nello stile.

Nella musica, più palesemente in quella leggera, quel che conta di più oggi,  è  il testo, il ritmo e l’armonia. La parte melodica, quella che rende più orecchiabile un brano, è in qualche modo immolata sull’altare dei contenuti. Si può fare una qualche riflessione in questo senso (contenuti, musicalità, effetti speciali …) riguardo la poesia?

Anche nel verso libero la poesia deve essere musicale, se non lo è non è poesia. Voglio dire che una poesia deve produrre emozioni nel suo lettore: se susseguendosi le parole non suonano tra loro è difficile che le emozioni si producano, aldilà del contenuto. So che questa è una affermazione dura e forte, ma la musicalità (ritmo, armonia e, soprattutto, melodia) è contenuto al pari e forse anche di più dell’argomento poetico. Aggiungerei, tra tutti gli elementi di musicalità indispensabile, anche un po’ di improvvisazione. Qualche accordo improvvisato fa bene all’anima della poesia (per anima intendo la spina dorsale che tiene in piedi o fa crollare un’opera poetica). Quando insegno scrittura poetica punto quasi tutto sul descrivere come si fa a far cantare e suonare le parole. Quando sono giurato in un premio di poesia o addirittura presidente di un premio (entrambe cose che mi capitano e mi onorano spesso, vista la mia età) prima del contenuto, cioè la storia interna che il poeta presenta nella sua opera, leggo e ascolto i suoni: se sono assenti – e lo sono quasi sempre – passo oltre

In quale forma arrivano l’impulso e l’ispirazione in un poeta? … come bisogno impellente di esprimersi, quindi di getto, o come un percorso che richiede tempo e misura? Dipende forse dall’implicazione della sfera emotiva o viceversa da un momento contemplativo che ha bisogno di un suo percorso temporale di assimilazione?

La mia idea della ispirazione è che si tratti di una divinità di troppo facili costumi. Tutti i poeti la vivono in prima persona, ma è sessualmente troppo pericolosa per affrontarla frontalmente. L’argomento proposto dalla domanda è così interessante che pochissimi si cimentano nell’offrire risposte. Ancora oggi mi sembra che la risposta degli antichi greci sul rapporto tra poesia e vita contemporanea sia la migliore e la più moderna (musa ispiratrice + elementi mitologici + circostanze storiche). All’arte poetica contribuiscono il contesto, credenze, miti, filosofia, storia, psiche, antropologia. Quindi l’ispirazione è un’alchimia con varie concatenazioni difficilmente descrivibili. Si tratta dell’inconscio che coglie un momento, un clima, una situazione, un contesto, uno stato d’animo del poeta per manifestarsi in parte, legandosi ai ricordi del poeta, alla sua vita presente, alle sue esperienze, al suo microcosmo, alle sue credenze e alle sue relazioni sociali e intime. Ne scaturisce un’immagine, una parola, una piccola frase o altro che pone le basi affinché una poesia venga scritta o, come io sostengo, che una poesia forzi le resistenze del poeta per scriversi. La poesia non sarà mai la rappresentazione veritiera dell’impulso inconscio iniziale, sarà solo il rumore delle acque smosse che arriva alla consapevolezza. E’ così per qualsiasi altra creazione artistica, si tratti di composizione musicale, rappresentazione pittorica, scultorea ect. Una poesia (sto parlando della vera poesia) è fatta con lo stesso materiale di un sogno anche se non è un sogno; nello stesso tempo un sogno è sempre una creazione poetica in senso lato. Convinto di non essere riuscito a spiegarmi citerei testualmente – se mi è concesso lo spazio – una parte de’ “La réchèrche” di M. Proust che può spiegare meglio le mie affermazioni in materia di ispirazione….

“Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ), per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio….”

Non sono sicuro che Proust fosse consapevole che questa parte del suo capolavoro stava manifestando un’alchimia complessa. Probabilmente l’impulso in lui originario era quello del riemergere dell’importanza della madre e della zia nella sua vita giovanile che, mescolato ad un sapore e a un momento topico, stava dando vita ad un’altissima forma letteraria… I poeti dovrebbero fare più attenzione alle figure, agli sfondi e alle ombre.

Quale importanza riveste la poesia nell’ambito della crescita individuale, nell’evoluzione culturale e nell’ambito sociale? E come?

Un’importanza fondamentale nella crescita individuale, vissuta consapevolmente o meno; scarsa nella evoluzione culturale e sociale, perché sono i poeti stessi a viversi, spesso anche con soddisfazione, come la parte più oscura e rinnegata della cultura e della creatività.

Concludendo, nel campo della comunicazione, i media come interagiscono con il mondo della poesia e dei poeti?

Nonostante gloriosi esempi passati il mondo della poesia di oggi non gode di forti elementi di trasgressione. I poeti si drogano (ufficialmente) meno di un tempo, si suicidano meno dei commercialisti e degli psicanalisti, bevono meno di un qualsiasi sedicenne quando esce la sera con gli amici. Mancando di un qualsiasi substrato tragico o tragicomico, il mondo della poesia non è mediaticamente attraente. Per similitudine un poeta che vive nel tuo condominio è meno attraente di un musicista o di un pittore. Mi è capitato spesso che i vicini mi chiedessero qual’era il mio vero lavoro. Del resto il poeta ha pochi amici e molti nemici che non voglio indicare. Voglio solo sottolineare un fatto economico a testimonianza della auto svalutazione del mondo poetico: il costo medio per partecipare ad un concorso nazionale di poesia è di 10/15 euro ed è motivato dal fatto che gli organizzatori desiderano un numero di partecipanti alto per dimostrare la loro capacità di aggregazione. Personalmente penso che un’iscrizione dovrebbe costare cinque, dieci volte tanto sia per fare selezione, sia per ottenere attenzione mediatica, visto che il danaro è un interesse primario della nostra epoca. L’alternativa mediatica ad un innalzamento delle quote d’iscrizione potrebbe essere quella che in ogni città italiana dodici poeti e poetesse producano un calendario (con le debite fasi lunari) dove, parzialmente denudati, espongano il proprio giovane o anziano corpo accompagnato a margine da una bella poesia. Sono sicuro che qualcuno potrebbe essere tentato di parlarne e scriverne. Scherzi a parte (ma non stavo scherzando) nell’ultimo anno ho letto e giudicato circa tremila poesie partecipanti a vari concorsi, ho letto di tutto, compreso parole inventate per l’occasione. Non ho mai letto la parola rivoluzione pur rappresentando questa parola un dovere poetico almeno con se stessi e lo scopo più alto della poesia.                                        a cura di Mariastella Previtera (01.03.2016)    

 *Abner Rossi, autore teatrale, regista, poeta.

 

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Violenza psicologica : la via perversa per l’affermazione dell’ Io

Intervista rilasciata da Carlo Alberto Paolillo*

A differenza della violenza conclamata, cioè quella fisica, la violenza psicologica ha una fisionomia che sfugge. Si può formulare un identikit?

La violenza psicologica non è da confondere con la minaccia esplicita. Quest’ultima è caratterizzata dal tentativo palese di stabilire una superiorità  definita, indiscussa e non modulabile.

La violenza psicologica invece è caratterizzata dall’uso e abuso del “punto debole” di chi ne è oggetto. Non è mai occasionale ma si ripete, anche in forme apparentemente diverse, sui tratti sensibili di chi ne è vittima.

E’ possibile individuare segnali anticipatori del fenomeno?

Sovente è possibile identificarli,  ad esempio in quelle relazioni in cui chi agisce la violenza è considerato molto  più “adulto” di chi ne è vittima. E ciò ben al di là di una reale differenza d’età.

Questo “quadro” è assimilabile alle modalità relazionali tra una persona adulta ed  un bambino, e non altri.

C’è di che preoccuparsi  seriamente perché questo fenomeno è molto più frequente di quanto si pensi  ed è in crescente aumento.

Con quale retaggio del passato ha a che fare?

Sovente nel passato infantile delle persone vittime di violenza psicologica si riscontra un vissuto di rifiuto, non obbligatoriamente cosciente, quantunque reiterato. Di conseguenza la violenza psicologica attuata si produce come tentativo di affermarsi; ossia come soluzione del vissuto di rifiuto ancorato nel profondo inconscio.

Qual è l’humus su cui attecchisce più facilmente?

L’humus predisponente, tenuto conto di quanto detto in precedenza, si lega ad una duplice condizione:  un deficit d’affermazione dell’Io o ad un eccesso di esso.

Nel primo caso  si ha a che fare con dinamiche di rivalsa, così come s’è detto.

Nel secondo caso si ha a che fare con la risposta alla paura, solitamente inconscia, di perdita  dell’affermazione di “sé” quindi del proprio “essere vivo”.

In questo caso l’abnorme modalità affermativa  dell’Io del soggetto è tale perché la sconfitta dell’affermazione del sé , del proprio esistere, viene vissuta inconsciamente, come paura di morte. Bullismo, mobbing, … ne sono esempi!

Quali sono le circostanze e le modalità con cui viene esercitato l’abuso psicologico?

Le circostanze sono innumerevoli e quindi non sarebbe corretto definirle  perché sovente sono sfumate  e possono solversi tra loro, diversamente dalle modalità che sono cadenzate e ripetitive. Tenuto conto che esistono differenze sostanziali tra la violenza maschile e quella femminile.

In quali contesti si può intervenire per fare prevenzione? La famiglia, la scuola, la società e come?

L’azione preventiva è attuabile essenzialmente nell’ambito familiare e si risolve in una semplice e misteriosa parola: l’Amore.

Un soggetto amato, attenzione amato non viziato, (l’eccesso d’amore spesso nasconde paure e sensi di colpa)  da adulto non percepirà il bisogno, la “indispensabilità” di gratificarsi attraverso la via perversa della affermazione dell’Io, in modo violento ricorrendo all’abuso  talvolta conclamato e talvolta psicologicamente perpetrato.

In ambienti contaminati da comportamenti violenti  i minori che danni subiscono  in termini di eventuali disturbi della personalità e nei rapporti sociali?

Nell’ambiente familiare la presenza di violenza conclamata, fisica e/o comportamentale, produce una gran quantità di disturbi nella personalità dei figli. Ciò è facilmente comprensibile.

Quando invece ci si trova in presenza di eventi classificabili come violenza psicologica, il danno fondamentale si produce in forma molto subdola, non facile da individuare in età infantile o adolescenziale, in quanto il danno principale è prodotto dal trasferimento inconscio del modello.

Tale modello viene poi riprodotto dal soggetto divenuto adulto, sovente accompagnato dalla sensazione di essere nel “giusto” e/o nel proprio diritto, riverberando inoltre effetti  perniciosi sulla socialità.

Appropriarsi  delle motivazioni a monte dei comportamenti violenti può far superare il problema?

Questa è l’unica via d’uscita riguardo il fenomeno quando si produce nell’ambito familiare.  Ed io l’ho verificato  personalmente  attraverso la modifica del “sentito” del soggetto, cosa che comporta di conseguenza modifiche comportamentali apprezzabili.

a cura di Mariastella Previtera,  (14.02.2016)
*prof. Carlo Alberto Paolillo, psicologo, consulente dell’Accademia Europea della Voce     

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